Brunello Favilla 


Fare architettura oggi può raramente essere scisso dalla caratteristica dominante del nostro tempo, la globalizzazione. Le nuove edificazioni si propongono come investimenti economici volti alla vendita di servizi e prodotti che provengono dal mercato globale. La Fondation Louis Vuitton è l’esempio lampante dell’intervento di un archistar di fama internazionale, che con grande impiego di protagonismo ha risposto alla richiesta della committenza: avere un edificio alla Frank Gehry che richiami l’attenzione e incrementi i guadagni.

Il Guggenheim di Bilbao è il progetto che ha confermato Frank Gehry come uno degli architetti più famosi al Mondo, grazie alle sue forme ed al suo stile decostruttivista. Il colosso di acciaio, pietra e titanio è una scultura a cielo aperto, giocosa, audace, dinamica. Il secondo suo progetto che ho visitato ha però cancellato in me tutto l’entusiasmo suscitato dal museo basco: la Bodegas Marqués de Riscal, Rioja, in Spagna, di cui non pubblico alcuna foto per non urtare la sensibilità del lettore. Situata sul limite del Jardin d’Acclimatation, dove inizia il Bois de Boulogne, la Fondation è composta da quattro volumi, detti iceberg, che ospitano 11 gallerie espositive e un auditorium, collegati tra loro ad ogni piano/interpiano e protetti da 3600 pannelli di vetro, oltre che da 15000 tonnellate di acciaio (il doppio della Tour Eiffel).

Paris, Nuit Européenne des musées

Colgo l’occasione di un ingresso gratuito per visitare con spirito critico il nuovo edificio di Frank Gehry, un luogo apprezzato da molti, nonostante le polemiche iniziali. Uscendo dal Metro Les Sablons un flusso continuo di visitatori e un cartello turistico ogni 20 metri guidano il visitatore verso la Fondazione Louis Vuitton. Grandi querce diradate fanno da filtro tra il Bois de Boulogne e la città; case, strade, percorsi pedonali, piste ciclabili e rotaie organizzano questa fascia antropizzata e una grande via trafficata la separa nettamente dal bosco selvaggio. Qui spicca la Fondazione, in tutta la sua maestosità.

12 vele su uno specchio d’acqua.

Dicono che assomigli anche ad un insetto.

Gli enormi gusci di vetro tra un gioco di trasparenze e riflessi mostrano l’imponente struttura, un intreccio di legno e acciaio. Invitano senz’altro a scoprirne l’interno, quantomeno per pura curiosità.​ L’edificio offre dalle sue terrazze degli scorci inediti del Grand Paris, dal Bois de Boulogne alla Defense, relegando in un angolo la Tour Eiffel e dimenticandosi di Montmartre e dell’Arco di Trionfo. Il percorso attraverso le terrasses è una scoperta continua di affacci sul panorama e sull’edificio stesso. Una serie di episodi dinamici, caotici, alienanti.​ Entrando all’interno, la complessità dell’involucro si trasforma in un caos di sale squadrate, zone residuali non risolte e porte ad ogni angolo degli infiniti e tortuosi corridoi. La pianta è illeggibile, orientarsi è impossibile.

Una scala, un corridoio, dei bagni, un’altra scala. Un ascensore, un corridoio, altri bagni, poi una scala mobile. Capita addirittura di scendere con la scala sbagliata e dover risalire per prendere quella accanto, o di entrare in ascensori che spesso non ti possono portare dove vorresti.​ Frank Gehry, chiamato per ripetere un Guggenheim a Parigi, sembra aver lasciato a Bilbao l’incredibile impatto della sala principale sullo spettatore, ricordandosi invece di portare in Francia il caos di sale presente anche in Spagna, inadatto alle funzioni previste. Là, si entra nelle viscere di una scultura sinuosa e affascinante, qui ci si perde soltanto in un altro percorso espositivo incomprensibile.

Ancora una volta però, come quella di Richard Serra al Guggenheim di Bilbao, l’installazione monumentale di un artista, Olafur Eliasson, dà vita allo spazio espositivo più affascinante della Fondation. Specchi, luci, ombre, colori, ritmo. Un’opera interattiva ed esplorabile, perfettamente inserita nello spazio, attraverso la quale ritrovo al livello più basso la dinamicità e l’alienazione lasciate sulle terrazze.

La mostra temporanea Les clefs d’une passion, aperta al pubblico fino al 6 luglio 2016, lascia senza parole per il numero di opere iconiche del XX secolo esposte (L’urlo di Munch, L’homme qui marche di Giacometti, La danse di Matisse, ecc). La sensazione è però che l’esposizione abbia un filo conduttore debolissimo e che sia stata pensata per attrarre pubblico con le opere più famose reperibili. La speranza è che il programma culturale tanto acclamato di questa nuova piattaforma di dibattiti e riflessioni si riveli effettivamente pensato e costruito, invece di cercare un’inutile spettacolarizzazione dell’arte.

Architecture today can rarely be separated from the dominant feature of our time, globalization. New buildings are proposed as economic investments aimed at selling services and products that come from the global market. The Louis Vuitton Foundation is the epitome intervention of an internationally renowned archistar which meets the client’s request of a typical Gehryesque building and the architect responded with great use of leadership.

The Guggenheim Museum in Bilbao streghtened Frank Gehry’s worldwide reputation, thanks to his forms and to his deconstructed style. While visiting it, I acknowledged the value of this incredible open air sculpture, so playful and innovative. The last Gehry’s project I visited has calmed down my enthusiasm and I have decided not to publish any picture of Bodegas Marqués (Rioja, Spain) in order not to trample on some reader’s sensitivities.

Located on the edge of the Jardin d’Acclimatation, where Bois de Boulogne starts, the Foundation consists of four volumes, called icebergs, which host 11 exhibition galleries and an auditorium, all connected one to each other at every floor/mezzanine and protected by 3,600 glass panels, in addition to 15,000 tons of steel (twice the Tour Eiffel).

Paris, Nuit Européenne des musées

The free entrance by night is a good opportunity to visit with critical sensibility the new Gehry’s building, appreciated for many, despite the initial controversy.

Going out from Les Sablons Metro station, an unceasing flow of tourists and dozens of brown tourist signs guide you towards Louis Vuitton Foundation. Big and scattered oaks compose the filter between Bois de Boulogne and the city; houses, roads, paths, bike lanes, rails, all cross this urbanized belt and then a busy road divides it from the wild forest. There stands the Foundation in all its grandeur.

12 sails on a body of water.

They say it also looks an insect.

The enormous glass shells, through a play of transparencies and reflections, show the imposing structure, a tangle of wood and steel, and certainly invite the visitor to discover the inside, at least out of curiosity.

The building from its terraces offers new views of the Grand Paris, from Bois de Boulogne to La Defense, giving a back sit to the Eiffel Tower and forgetting Montmartre and Arc de Triomphe. Walking through the terrasses is an alienating experience: a continuous discovery of views, of the landscape and of the building itself. A series of dynamic and chaotic events. The complexity of the shells turns inside in a mess of squared rooms, residual and unresolved zones, and then millions of doors in every endless, winding corridor. The plan is puzzling, it is impossible to pick his way through the maze of rooms.

A staircase, a hallway, bathrooms. Another staircase. An elevator, a corridor, more toilets and then, an escalator. It happens even to go down with the wrong stairway and having to go up again, to take the one next.

Frank Gehry, called to repeat a Guggenheim in Paris, seems to have forgotten in Bilbao the incredible impact of the main hall on the visitor and to have brought along only the chaotic exhibition itinerary, unsuitable for the intended function. There, you feel like entering into the bowels of a sinuous ad charming sculpture, here you just get lost.

However, one more time (like Richard Serra’s in Bilbao), a monumental art installation by Olafur Eliasson breathes life into the most attractive exhibition space. Mirrors, lights, shadows, colors, rhythm. This interactive artwork, so perfectly integrated with the space, makes you find in the lowest level the dynamism and alienation left up on the terraces.

The temporary exhibition Les clefs d’une passion, open until the 6th of June, astonishes for the large number of iconic XX century’s paintings exposed (The Scream by Munch, L’homme qui marche by Giacometti, La danse by Matisse, etc). The exhibition’s main theme is poor and it feels like they just wanted to attract visitors, collecting the most famous artowrks available. I hope that the cultural program so much acclaimed for this new cultural chapter for Paris will be refined and well built, instead of just turning art into a show.