La cosa più difficile è stata partire: vincere una borsa Erasmus, trovare uno studio che mi prendesse, trovare una casa. Ho mandato più di cento e-mail, per la maggior parte a studi di Londra: in pochi rispondevano, i più rifiutando la mia collaborazione. Le risposte sono arrivate dopo mesi di attesa, giusto a ridosso della scadenza del bando per la borsa: solo quattro coraggiosi architetti erano disposti a prendermi, uno di Siviglia, uno di Parigi e due di Londra. Scelgo lo studio, faccio un’intervista Skype in un inglese un po’ raffazzonato e finalmente penso: “è fatta!”

Ma è proprio quando pensi che sia finita che sta per iniziare tutto: serve il “learning agreement”, un fogliettino su cui basta apporre una data e una firma per rendere tutti felici, ma che non arriva mai e se arriva, arriva con le date sbagliate. Finalmente munita del tanto agognato documento posso fare richiesta per la borsa di studio e continuare ad aspettare. Esce la graduatoria, ci sono! Ora devo solo trovare casa. Chiedo informazioni a chiunque conosco o conosca qualcuno che vive a Londra, mi iscrivo a tutti i gruppi Facebook del settore, “italians in London” o “flatshare London”, e siti internet, “spare room”, “gumtree”. Finalmente trovo una stanza a Camden, pago uno sproposito, ma per lo meno sono vicina allo studio. Biglietto aereo alla mano inizio a preparare la valigia ma la ragazza che mi doveva affittare la stanza ci ripensa. Non sa se fidarsi di me, del fatto che arriverò davvero, se davvero vorrò la stanza e se davvero la pagherò. D’altronde io non mi fido a mandarle un acconto prima di partire perché non so se realmente questa stanza esiste. Un po’ per necessità decidiamo entrambe di fidarci (ma non troppo, le mando l’acconto solo qualche ora prima di partire).

Flat 9 Helston, NW1 Camden, quel terrazzino che dà sulla trafficatissima Crowndale Road è stato il mio inizio. Inizio di cosa?

L’ultima e-mail che avevo ricevuto dallo studio erano una data e un’ora di incontro per il mio primo giorno, e poi silenzio stampa. Avevo paura, paura che ci avessero ripensato, che non mi volessero più , che si fossero dimenticati di me. Così decido di andare allo studio qualche giorno prima: un po’ per esplorare, un po’ per calcolare il tragitto casa-lavoro. Appena entro rimango a bocca aperta, intontita da un ambiente tanto sconosciuto quanto familiare. L’esterno aveva un aspetto severo, calcestruzzo grigio e una piccola parete in vetrocemento. Mi accoglie la segretaria: “non c’è nessuno del tuo studio”, “ok scusi, volevo solo vedere dov’era”. Vedo solo la scala, con uno strano gioco di luci che filtrano dalla copertura, e scorgo l’ambiente centrale, una fila di scrivanie illuminate da enormi lucernari a forma tronco conica.

Solo qualche giorno dopo scopro che quello era stato l’ufficio di Chipperfield da lui stesso progettato. Ora appartiene ad uno studio di landscape architecture, Gustafson e Porter, che affitta un piccolo spazio allo studio per cui lavoro, Relational Urbanism, formato da due giovani architetti e docenti universitari, Enriqueta Llabres ed Eduardo Rico (più che altro tenuto da lei).

Il primo giorno sembra interminabile: mi è stato affidato un banale esercizio per indagare le mie abilità nell’uso del programma Grasshopper. So giusto da dove partire ma ogni secondo mi fermo per chiedere come andare avanti. E così anche il secondo giorno: progredisco lentamente, cerco consigli su internet, mi sento frustrata, ci sono tanti programmi che so utilizzare bene e con cui potrei svolgere l’esercizio molto velocemente. Gli esercizi diventano sempre un pochino più difficili e io imparo nuovi comandi, inizio a comprendere il funzionamento del programma ma soprattutto imparo a non chiedere. Se cerco di risolvere il problema da sola, probabilmente ci metto due giorni ma è più gratificante e imparo molto di più. Prima di partire sapevo giusto che lo studio in cui sarei andata usava molto Grasshopper applicato all’urbanistica e si occupava di ricerca. Non mi era molto chiaro cosa significasse “relational urbanism” e ancora ora non saprei darne una definizione specifica.

Una delle prime settimane Enriqueta ed Eduardo mi portano con loro ad un meeting con lo studio “Space Syntax” a cui illustrano i loro ultimi progetti e le potenzialità del sistema di progettazione da loro inventato. Si tratta di un’interfaccia Java che comunica tramite Grasshopper con Rhino ed Excel, una piattaforma su cui poter settare alcuni parametri, relativi ad esempio alla mobilità, agli standard urbanistici, alla densità abitativa di una città e come output ti mostra il risultato delle tue operazioni in tempo reale. Si può settare il traffico in un certo orario, scegliere in quali lotti si decide di ricostruire, e quindi la quantità di edifici residenziali rispetto a quelli destinati ad ufficio o alla vendita, la tipologia di edifici da costruire, e il programma è in grado di restituire una vista 3D della città. Sembra fantascienza, rimango impressionata, soprattutto dalla semplicità e velocità con cui queste operazioni si possono svolgere. Ogni progetto ha i suoi problemi da risolvere ed il software può essere personalizzato ogni volta, permettendo di controllare determinati parametri piuttosto che altri.

Quello diventerà il mio pane quotidiano, Enriqueta mi insegna ad usare l’interfaccia e mi assegna dei test da fare sui risultati da essa prodotti. Lavoro per tipologie di edificio che corrispondono ad una tipologia di suddivisione del lotto e quindi di fruizione del verde, faccio dei test sulle dimensioni degli spazi verdi e quindi sulla loro qualità, sulla quantità di sole che ricevono in base agli edifici che si affacciano su di esso.

Nel frattempo Enriqueta mi invita a partecipare ad ogni attività in cui è coinvolta: i preparativi per l’esibizione dei progetti dei suoi alunni all’università, le revisioni dei loro lavori, una super conferenza sulle città e la loro progettazione dal punto di vista economico, architettonico, politico.

Adesso sono tornata e mi sento cresciuta, sotto ogni punto di vista, anche se forse ho ancora qualche problemino con gli orari, nonostante Londra sia una città estremamente frenetica, in cui tutti corrono da una parte all’altra. Mi sento privilegiata per l’opportunità che ho avuto, ma la cosa bella è che tutti la possono fare e anche se all’inizio sembrerà una trappola perdi tempo tra burocrazia e attese, mi sento di dire: “ne vale la pena”.